Ci vediamo tra vent'anni (ma se mi chiami per un caffè ci sarò)

Vorrei una persona che mi dicesse: "Ci vediamo tra vent'anni, ma se mi chiami per un caffè ci sarò." Non qualcuno sempre presente, ma qualcuno disponibile senza pretese. Un'amicizia senza contabilità, dove il silenzio non è un debito e il ritorno non richiede spiegazioni.

Io quella frase l'ho sempre detta. Non mi è mai stata detta.

Sono stata la persona che tiene la porta aperta per gli altri, senza che nessuno la tenesse aperta per me. E la cosa difficile è che da fuori sembra tutto a posto: io ci sono, quindi nessuno si accorge che a me non arriva niente di uguale.

Più di una volta le persone che avrei potuto avvicinare sono sparite dopo aver conosciuto mia sorella. Sono andate da lei. Ogni volta mi sono sentita la porta d'ingresso, mai la destinazione.

Poi c'è l'altra faccia: sentirmi una persona che deve aiutare come se fosse un obbligo. Quando dico "no, non posso", l'altra si offende, come se il mio sì fosse già contato. Io resto ferma, ma mi sento in colpa. E quel senso di colpa lo porto da sola, perché ogni volta che provo a parlarne mi sento dire che sono paranoica.

Ma ho imparato una cosa: "lei è offesa" e "io ho sbagliato" sono due cose diverse. Posso dispiacermi che qualcuno sia deluso e sapere comunque che il mio limite era legittimo. Il senso di colpa non è la prova di un errore, è spesso solo il prezzo di una vecchia abitudine che si rompe.

E "paranoica" non è la parola giusta per chi descrive fatti: persone che se ne vanno, un sì dato per scontato, un'offesa davanti a un no.

Non so ancora chi sarà la persona che mi dirà quella frase. Forse tocca a me dirla per prima, e vedere chi risponde. Intanto, se anche tu ti riconosci in questa storia: non sei sola, e non sei paranoica. 



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