Quando le Parole Fanno Male: Riflessioni su Giudizi, Fraintendimenti e la Scelta di Non Giustificarsi
Alle quattro del mattino mi sono trovata a editare un video. A cancellare parti di me, della mia verità, di spiegazioni che avevo dato con il cuore in mano. E mentre lo facevo, mi chiedevo: perché? Perché devo sentirmi così per le parole di una sconosciuta che ha deciso di non capire?
Tutto è nato da un commento sul tema della repulsione verso i bambini. Inizialmente non volevo rispondere, poi l'ho fatto - sia con un post che con un video - perché sentivo che fosse importante chiarire la mia posizione. Ho condiviso il mio rapporto con mia nipote, ho spiegato con sincerità cosa significhi per me non sentire l'obbligo della maternità, ho cercato di far capire che non avere il desiderio di avere figli non equivale automaticamente a provare repulsione.
Ma evidentemente non è bastato. La stessa persona che aveva commentato inizialmente è tornata scrivendo: "Lo sapevo che ci avresti fatto un video. E poi dire che non sei obbligata non è repulsione?, e poi te la sei presa sul personale". Ho cancellato quel commento. E poi ho passato ore della notte a rimuovere dal video la parte in cui rispondevo proprio a lei.
Mi sono fatta male da sola? Forse. Ma in quel momento mi sono sentita intrappolata in un circolo vizioso: più spieghi, meno ti capiscono. Più ti apri, più trovano modo di fraintenderti o di giudicarti. E allora mi chiedo: perché al giorno d'oggi ci devono essere persone così? Perché esistono ancora queste dinamiche di donne contro donne?
Ho riflettuto molto su questo. Credo che spesso chi critica in questo modo, chi giudica senza voler davvero ascoltare, lo faccia perché proietta sugli altri le proprie insicurezze, le proprie paure, le proprie contraddizioni. Forse queste persone sono esattamente ciò che accusano gli altri di essere. Forse vedono negli altri quello che non vogliono vedere in se stesse.
Ma la domanda più importante che mi sono posta è: perché devo stare male per quello che dicono persone che non mi conoscono davvero? Io conosco la mia verità. So quanto amo mia nipote. So che non provare il desiderio di maternità non mi rende una persona cattiva o incapace di amare i bambini. So che la mia vita è valida così com'è, con le mie scelte e i miei sentimenti.
Non devo spiegare questa verità a chi non vuole capire. Non devo giustificarmi con chi ha già deciso cosa pensare di me prima ancora di ascoltarmi veramente. Non devo passare notti insonni a editare video per compiacere persone che cercheranno comunque il modo di fraintendere.
Questa esperienza mi ha insegnato qualcosa di prezioso: c'è un limite a quanto dovremmo esporci per far capire il nostro punto di vista. C'è un momento in cui bisogna fermarsi e riconoscere che alcune persone non vogliono capire, vogliono solo giudicare. E va bene così. Non possiamo controllare come gli altri interpretano le nostre parole o le nostre azioni.
Quello che possiamo controllare è quanto potere diamo a questi giudizi. Possiamo scegliere di non lasciarci ferire da chi ha già scelto di non ascoltare. Possiamo decidere che la nostra pace mentale vale più di qualsiasi tentativo di convincere chi non vuole essere convinto.
Sì, fa male. Fa male quando ti esponi con vulnerabilità e vieni fraintesa. Fa male quando cerchi di costruire ponti e ti ritrovi davanti muri. Ma forse il vero coraggio non sta nel continuare a spiegare, ma nel riconoscere quando è il momento di smettere di giustificarsi e semplicemente essere.
La mia verità esiste indipendentemente dal fatto che qualcuno la riconosca o meno. E questa consapevolezza, alla fine, è l'unica cosa che conta davvero.
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