C'è un'idea che gira da sempre, soprattutto quando sei adolescente: se stai da solo, c'è qualcosa che non va. Se non hai un gruppo, se non hai la comitiva del sabato sera, se non hai le foto con dieci persone diverse ogni weekend, allora sei sbagliato, o triste, o entrambe le cose.
Io questa idea l'ho vissuta da vicino, ma da un'angolazione un po' diversa da come la si racconta di solito.
Non cercavo amicizia, e va bene così
Da adolescente non andavo in giro a caccia di un gruppo a cui appartenere. Stavo bene con me stessa. Avevo i miei pensieri, i miei tempi, i miei interessi, e non sentivo il bisogno di riempire ogni pomeriggio con qualcuno solo per non stare da sola. Non volevo diventare quello che gli altri volevano che diventassi pur di essere accettata. Non mi interessava adattarmi, smussarmi, diventare una versione più comoda di me stessa solo per entrare in un gruppo.
Questo, col senno di poi, lo considero un punto di forza. Ma da ragazzina non è che lo vivessi con quella lucidità lì. Era più semplice di così: ero fatta in un certo modo, e quel modo non prevedeva il bisogno costante di compagnia.
Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia
Detto questo, sarei disonesta se raccontassi solo la versione "stavo da sola per scelta, punto". Perché in realtà l'esclusione, quella vera, l'ho vissuta comunque. A prescindere da quanto io stessi bene con me stessa, c'era un fatto oggettivo: nessuno mi voleva davvero in un gruppo.
Il mio carattere, diciamolo, non aiutava. Ero — e per certi versi sono ancora — una persona con un temperamento autoritario, deciso, poco incline a lasciarsi trascinare dalle dinamiche del gruppo. Non ero quella che si adattava facilmente, che seguiva la corrente per il gusto di starci dentro. E questo, tra adolescenti, spesso non viene premiato. Viene vissuto come un problema, come qualcosa di scomodo da tenere a distanza.
Il risultato? Ero l'amica di ripiego. Quella che si chiamava quando le altre amiche non c'erano. Quella buona per riempire un vuoto, non per essere scelta davvero.
Due verità che convivono
Ci ho messo un po' a fare pace con il fatto che entrambe le cose fossero vere insieme: da un lato la mia indipendenza autentica, il mio non aver bisogno degli altri per sentirmi completa; dall'altro il dolore, reale, di essere sistematicamente esclusa, di essere la seconda scelta di qualcun altro.
Non è che una cosa cancelli l'altra. Puoi essere una persona che sta bene da sola e allo stesso tempo aver sofferto per essere stata tenuta ai margini. Non sono in contraddizione. Sono semplicemente due strati diversi della stessa storia.
Quello che oggi riesco a vedere con più chiarezza è che il mio stare bene da sola non era una difesa contro il rifiuto degli altri — o almeno, non solo. Era anche qualcosa di genuino, di mio. Il fatto che poi il gruppo non mi volesse è un capitolo a parte, che parla più di certe dinamiche adolescenziali — dove chi non si piega viene messo ai margini — che di un mio presunto bisogno di isolarmi.
Cosa mi porto dietro oggi
Se dovessi dire una cosa a quella ragazzina, non le direi "cerca di piacere di più", né "hai fatto bene a startene per conto tuo". Le direi che va bene essere fatta così: ferma, un po' spigolosa, poco disposta a piegarsi per essere presa in considerazione. E le direi anche che il dolore di essere esclusa era legittimo, e non doveva essere nascosto dietro un "tanto io sto bene da sola".
Stare da soli non è poi così male. Ma non deve essere nemmeno l'unica narrazione a disposizione quando la realtà, in mezzo, contiene anche l'esclusione. Le due cose possono — e forse devono — stare insieme.

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