Qualche giorno fa ho comprato un Harmony su Vinted. Tra il costo del libro, la protezione acquisti e la spedizione, il totale era 3,44 euro. Un affare, di quelli che ti fanno venire il sorriso quando controlli il pacco arrivato.
E invece, invece di condividere quella piccola soddisfazione, mi sono ritrovata a difenderla.
"Ma tu hai già tanti Harmony, ne compri un altro?" È bastata una frase così per farmi passare la voglia di raccontare l'acquisto. Come se avere una collezione a cui vuoi bene significasse aver esaurito il diritto di aggiungerci qualcosa. Come se il piacere di trovare un libro a pochi euro, di rimetterlo sullo scaffale accanto agli altri, fosse un capriccio da giustificare invece che una cosa piccola e innocua che mi rende felice.
Quello che rende tutto più amaro è il doppio standard. La stessa persona che mi dice "non lavori, non hai soldi, e spendi comunque" è quella che esce a cena quando vuole, si compra quello che le pare, e intanto ripete anche lei di non avere soldi. Per lei va bene così. Per me, apparentemente, no.
E la cosa più assurda? Quei 3,44 euro non erano nemmeno "soldi extra" da giustificare a nessuno. Erano miei, guadagnati vendendo delle cose su Vinted. Ho venduto, ho incassato, mi sono ricomprata qualcosa che mi piaceva. Non ho tolto niente a nessuno, non ho intaccato nessun bilancio familiare. Ho solo fatto quello che chiunque dovrebbe poter fare con i propri soldi: usarli per qualcosa che mi rende felice.
Non scrivo questo per lamentarmi di mia sorella in generale, né per fare la vittima su una cosa piccola come un libro da tre euro. Scrivo perché mi sono resa conto di una cosa: a volte il problema non è la somma di denaro, è il messaggio dietro. Il messaggio è "tu non hai diritto a goderti le cose, io sì". E quello, sì, fa male, indipendentemente da quanto costi il libro.
La prossima volta che troverò un Harmony a due euro su Vinted, lo comprerò lo stesso. E me lo godrò, senza sensi di colpa.
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