Il santuario di Todi e le cose non dette

C'è una frase che mi gira in testa da due settimane: "Mi dispiace per Tiziana ma non c'è posto."

L'ha detta mio zio, il fratello di mio padre, parlando della gita al santuario di Todi che lui e la moglie avrebbero fatto insieme ai miei genitori. La macchina era piccola, va bene, questo lo capisco. Quello che non mi è andato giù è il modo: non è stato chiesto a me se volessi venire, è stata decisa la mia esclusione e comunicata come un fatto già scritto. Io vivo con i miei genitori. Un minimo di cortesia — un "ti andrebbe di venire? Peccato, non c'è posto" — avrebbe cambiato tutto. Invece mi sono sentita una cosa di cui ci si scusa, non una persona con cui si parla.

Avrei potuto lasciarla lì, archiviarla come una piccola scortesia. Ma qualche giorno dopo le cose si sono complicate.

Ho sentito che una mia cugina — figlia della sorella di mio padre — aveva chiamato mio padre. Poco dopo, mio zio ha richiamato per organizzare la gita al santuario. Mi è scattato un pensiero che ho provato subito a scacciare: e se andassero anche da lei, e non mi avessero detto niente? L'ho detto a mia madre, che ha risposto con un "non credo" buttato lì, di quelli che non ti convincono mai del tutto.

Il giorno prima della partenza, il fratello di questa cugina — quindi anche lui mio cugino — ha chiamato mio padre per chiedere se avesse un certo oggetto. Non lo aveva. Una telefonata banale, in teoria. Ma in quel momento qualcosa in me si è incrinato, e mi sono lasciata scappare, da sola, una frase rabbiosa: "Che cazzo vuoi vedere che mio padre sapeva tutto e l'ha tenuto nascosto." L'ho detta più per liberarmi del sospetto che perché ci credessi davvero. Poi ho pianto tutta la domenica, da sola in casa, con quella sensazione fastidiosa di chi sospetta qualcosa ma non ha le prove, e si sente quasi in colpa a sospettarlo.

La settimana dopo, le prove sono arrivate da sole, senza che le cercassi.

Mio padre, parlando d'altro, si è lasciato scappare una frase su una motosega che doveva portare a questa cugina. E poi, la domenica successiva, ha buttato lì: "Non le ho portato la motosega apposta."

Apposta.

In quel momento ho capito tutto. Lui sapeva. Sapeva che erano andati anche da lei, sapeva che io volevo esserci, e ha scelto di non dirmelo — di evitare anche un gesto qualsiasi, come portare un oggetto, che potesse far emergere la cosa. Non ho detto niente, mi sono trattenuta. Ma dentro qualcosa si è chiuso.

Quello che mi fa più male non è tanto l'essere stata esclusa — anche se fa male anche quello, certo. È il silenzio attorno all'esclusione. Se mi avessero detto "andiamo anche da tua cugina, ma vista la macchina piccola non c'è posto per tutti", l'avrei presa diversamente. Sarebbe stata comunque una delusione, ma una delusione onesta. Invece hanno scelto di nascondere, di gestire la cosa a pezzi, di lasciarmi scoprire da sola — con un sospetto, una telefonata, una frase buttata lì per caso — quello che potevano semplicemente dirmi.

E la cosa più assurda è che lo avrei scoperto comunque. Le famiglie sono piccole, le notizie girano, le motoseghe restano in garage e qualcuno alla fine fa una domanda. Quindi a cosa serviva nascondermelo? Solo a farmi sentire, oltre che esclusa, anche un po' presa in giro.

Non ho ancora deciso se e come affrontare la cosa con mio padre. Per ora l'ho scritta qui, perché scriverla è il primo modo che ho per non lasciarla marcire in silenzio come hanno fatto loro.

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