Scegliere di non scegliere (certe cose)

Non voglio un partner, non voglio figli — e non me ne scuso. Ma proprio per questo, certe cose non riesco a far finta di non vedere.

C'è una cosa che mi mette a disagio, e la dirò senza girarci intorno. Io non voglio un partner. Non voglio figli. È una scelta consapevole, serena, profondamente mia — e non me ne scuso con nessuno, né mi aspetto applausi. Semplicemente, è così.

Ma proprio perché rispetto profondamente questa libertà di scelta — la mia e quella altrui — faccio fatica a tacere quando vedo certi comportamenti che di quella libertà sembrano una parodia.

"Vedo donne che cambiano uomo come si cambia umore. Fin qui, niente di cui discutere. Il problema nasce quando in mezzo a questa girandola ci sono dei bambini."

Un figlio con uno, uno con un altro, magari un terzo con il prossimo. E ogni volta si ricomincia da capo: si porta a casa qualcuno di nuovo, si crea un legame davanti a dei piccoli che non hanno voce in capitolo e non hanno scelto nulla di tutto questo.

Non si parla abbastanza di questo. Si parla tantissimo di empowerment femminile, di libertà sessuale, di indipendenza — argomenti sacrosanti, per carità, su cui non ho nulla da ridire. Ma raramente si parla di quello che succede nella testa di un bambino che vede sfilare figure diverse, che si affeziona e poi perde, che non ha un punto fermo, che cresce in una instabilità emotiva che nessuno nomina perché "la mamma aveva diritto alla sua felicità".

Certo che aveva diritto. Ma anche quel bambino aveva diritto a qualcosa: alla stabilità, alla continuità affettiva, a non dover ogni volta capire chi è il nuovo "amico" di mamma e cosa significa per la sua vita quotidiana.

La dignità di una donna non si misura dal numero di relazioni che ha — non è quello il punto, e chiunque voglia leggerla così si sbaglia. Si misura, a mio personalissimo avviso, dalla consapevolezza con cui agisce. Soprattutto quando le sue scelte ricadono su chi non può scegliere.

Non è moralismo. Non è nostalgia per un modello di famiglia degli anni Cinquanta. Non è giudizio sul sesso libero, sull'amore o sulla solitudine. È semplicemente chiedersi: prima di me, chi c'è?

Io ho scelto di non avere figli anche perché so che tipo di presenza sarei — o meglio, di che tipo di assenza sarei capace. Me lo chiedo. Mi chiedo quanto coerenza ci sia tra quello che dico di voler dare e quello che effettivamente sono in grado di offrire nel lungo periodo.

Forse basterebbe che lo facessimo tutti, questa domanda. Prima di creare una vita. Prima di portare qualcuno dentro la nostra.



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