Oggi ho litigato con mia madre. Di nuovo. Per le solite cose lasciate in cucina.
Il punto è questo: vivo in una casa piccola. Molto piccola. La mia camera è tecnicamente un ripostiglio dove sono riusciti a infilare un letto e un armadio — e già questo è un mezzo miracolo architettonico. Il salone non esiste. Non è che è piccolo, o che potrei riorganizzarlo: proprio non c'è. Quindi quando voglio cucire — la mia passione, il mio momento di svago e di pace — ho un'unica opzione concreta: la cucina.
Non è che lo faccio per dispetto. Non è che mi alzo la mattina pensando "oggi metto il filo da imbastitura sul piano di lavoro per far impazzire mia madre." È semplicemente l'unico spazio fisicamente disponibile in questa casa. Non ho alternative. Zero. Niente.
Così, con tutta la calma che riuscivo a raccogliere, le ho detto: "Capisci adesso perché ho sempre detto che vorrei uno spazio tutto mio per cucire? Vedi che ho ragione?" Pensavo fosse finalmente il momento di una comprensione reciproca, magari anche solo un piccolo riconoscimento del problema. Invece no. Niente.
La risposta è stata: "Tua nonna cuciva in salone e non lasciava mai niente in giro."
Tua nonna. Il classico, immancabile, asso nella manica tirato fuori nei momenti peggiori.
Ora, con tutto il rispetto per mia nonna — che sicuramente era una donna organizzatissima e meravigliosa — io non sono mia nonna. Lei aveva un salone. Io no. Differenza fondamentale, mi sembra.
Le ho risposto esattamente questo: il fatto che lo facesse lei non significa che io debba fare lo stesso solo perché tu lo vuoi. Ognuna è diversa. Ogni casa è diversa. Ogni situazione è diversa. Il confronto non regge.
La cosa che mi ha fatto più rodere, però, non è nemmeno il litigio in sé — i litigi passano. È che invece di riconoscere che ho un problema reale, concreto, oggettivo di spazio, la soluzione proposta è: sii più come tua nonna.
Come se il problema fossi io. Come se lo facessi apposta.
No. Grazie.
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