Ho sempre cercato di essere la figlia perfetta. Non quella "dell'errore", non quella che "non doveva esserci". Perché questo mi è stato fatto capire sin da piccola, in mille modi diversi – con le parole, con i silenzi, con gli sguardi: io sono capitata per caso, un incidente, un imprevisto. Mentre mia sorella – la prima, l'unica, quella voluta – è stata tenuta, scelta, desiderata, pianificata.Lei era il progetto. Io ero l'imprevisto.Ho fatto di tutto per non meritare punizioni. Mi sono comportata bene, ho studiato, ho ubbidito, ho cercato di rendermi invisibile quando serviva e presente quando necessario. Ho imparato a leggere l'aria di casa, a capire quando stare zitta, quando sorridere, quando sparire.Eppure le punizioni arrivavano lo stesso. E non per colpa mia.L'assurdità di essere punita per esistereOgni cosa che facevo – giusta o sbagliata, o anche solo che non facevo – era sempre quella sbagliata. Se prendevo un buon voto, era "normale, dovevi". Se prendevo un brutto voto, ero "una delusione". Se aiutavo in casa, era "il minimo". Se non lo facevo, ero "una scansafatiche".Ero sempre quella che "non faceva mai un cazzo", anche quando mi spaccavo la schiena per dimostrare il mio valore. Anche quando facevo il doppio, il triplo di quello che faceva mia sorella.Ma il punto non era quello che facevo. Il punto era chi ero: quella che non doveva esserci.Le punizioni degli altriE poi c'era l'assurdità più grande: le punizioni che non erano nemmeno mie.Mia sorella, la prima e unica figlia voluta, faceva stronzate. Come tutti i ragazzi, sbagliava, testava i limiti, si ribellava. Ma quelle stronzate avevano conseguenze che, in qualche modo magico e perverso, si estendevano anche a me.Lei rientrava tardi? Punite entrambe.Lei rispondeva male? Punite entrambe.Lei prendeva un brutto voto? "Visto? Nessuna delle due si impegna abbastanza."Non importava che io fossi a casa all'ora stabilita, che parlassi sempre con rispetto, che i miei voti fossero buoni. La colpa di mia sorella diventava automaticamente anche la mia. O forse era peggio: la sua era una bravata, la mia era l'ennesima conferma che non valevo abbastanza.Lei sbagliava, io pagavo.Lei era protetta, io ero quella di troppo.Lei aveva il diritto di sbagliare, io non avevo nemmeno il diritto di esistere senza scusarmi.Il gioco truccatoHo impiegato anni a capire che stavo giocando una partita truccata. Non importava quanto fossi brava, studiosa, ubbidiente, silenziosa, utile. Non importava quanti sforzi facessi per essere "quella giusta".Perché il problema non era quello che facevo. Il problema era che, ai loro occhi, non avrei mai dovuto esserci.Mia sorella poteva permettersi di sbagliare perché era voluta. I suoi errori erano "normali", "comprensibili", "una fase". I miei – anche quando non esistevano – erano la conferma che ero un peso, un errore, qualcosa da sopportare.La rabbia che non potevo esprimereE la cosa più frustrante? Non potevo nemmeno arrabbiarmi.Perché se protestavo, ero "ingrata". Se facevo notare l'ingiustizia, ero "polemica". Se piangevo, ero "drammatica". Se tacevo, era la conferma che avevano ragione loro.Dovevo accettare tutto con un sorriso, perché comunque mi stavano facendo "un favore" a tenermi, a crescermi, a sopportarmi.Come se l'amore dei genitori fosse un regalo da meritare, e non un diritto.Quello che ho imparatoOggi, dopo anni, ho capito alcune cose:Non era colpa mia. Niente di quello che mi è successo dipendeva da qualcosa che avevo fatto o non fatto. Non ero io il problema. Era il loro modo di vedermi, il loro bisogno di una capro espiatorio, il loro rifiuto di affrontare le proprie responsabilità.Non dovevo dimostrare niente. Ho sprecato anni a cercare di essere perfetta per meritare un amore che avrei dovuto ricevere senza condizioni. Nessun bambino deve meritare di essere amato.La loro visione non definisce chi sono. Per loro potevo essere "l'errore", ma questo non significa che lo fossi davvero. Io ho un valore, indipendentemente dal fatto che loro siano stati in grado di vederlo o meno.Avevo il diritto di arrabbiarmi. Avevo il diritto di protestare, di dire "questo è ingiusto", di pretendere rispetto. Non ero drammatica o ingrata. Ero semplicemente una persona che chiedeva di essere trattata con dignità.Il peso che non era mio da portarePer anni ho portato il peso della loro delusione, della loro incapacità di amarmi, delle loro aspettative impossibili. Ho creduto di dover riparare un errore – la mia esistenza – che non era nemmeno un errore.Oggi sto imparando a lasciare andare quel peso. Non era mio. Non lo è mai stato.Erano loro che dovevano fare meglio. Erano loro che dovevano proteggermi, amarmi, vedermi per quello che ero: una bambina che aveva bisogno di amore, non una punizione che aveva bisogno di punizioni.A chi si riconosceSe anche tu sei stato "quello dell'errore", "quello di troppo", "quello che pagava per gli altri", sappi questo: non era giusto. Non era normale. Non era colpa tua.Meriti di essere amato senza condizioni.Meriti di sbagliare senza essere distrutto.Meriti di esistere senza doverti scusare.E no, non sei drammatico a soffrire per questo. Non sei ingrato a voler di più. Non sei pazzo a sentire che c'era qualcosa di profondamente sbagliato.C'era. E riconoscerlo è il primo passo per liberartene.Questa è la tua storia. E merita di essere raccontata.
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