Il Natale e il Peso delle Aspettative Disattese

Eccomi qui, anche quest'anno, a scrivere questo post. Lo so, probabilmente chi mi segue da tempo sa già cosa sto per dire, perché è una storia che si ripete con una costanza quasi matematica, anno dopo anno. Eppure sento il bisogno di scriverlo, di mettere nero su bianco questi pensieri che ogni dicembre tornano a farmi visita come ospiti indesiderati ma puntuali.
Quest'anno ho pubblicato, sì, ma non ho scritto "postmas" nel titolo. L'anno scorso forse non l'ho fatto proprio, questo rituale post natalizio, perché è stato un anno particolare, un anno di cambiamenti. Ho dovuto cambiare casa e tutto il resto ne ha risentito, compreso questo blog che è sempre stato il mio spazio di riflessione, il mio angolo personale dove dare voce a pensieri che altrimenti resterebbero intrappolati nella mia testa. Anche quest'anno, se devo essere onesta, il blog ne ha risentito. La vita vera, quella con le sue urgenze e le sue necessità pratiche, ha avuto la meglio sulla costanza delle pubblicazioni.
Ma eccomi qui, perché alcuni appuntamenti non si possono mancare. E questo è uno di quelli.
Vent'anni di Natali Senza Regali
Sono circa vent'anni. Vent'anni in cui il 25 dicembre arriva e passa, lasciandomi sempre con lo stesso senso di vuoto. Vent'anni in cui non ricevo regali. Sembra assurdo quando lo scrivo così, nero su bianco, quando lo vedo materializzarsi sullo schermo. Vent'anni sono un tempo lunghissimo. Sono quasi un terzo della mia vita, se ci penso bene. Sono abbastanza anni da riempire l'infanzia e l'adolescenza di un'intera persona.
In vent'anni cambiano tante cose. Le mode, le tendenze, i governi, le tecnologie. In vent'anni una persona può laurearsi, costruirsi una carriera, formare una famiglia. In vent'anni si possono vivere mille esperienze diverse. E invece questa cosa, questa assenza, è rimasta costante come una roccia inamovibile in mezzo al fiume del tempo che scorre.
Ogni anno mi sento amareggiata. È una parola che uso spesso, "amareggiata", perché descrive perfettamente questa sensazione che non è rabbia pura, non è solo tristezza, non è nemmeno delusione semplice. È qualcosa di più complesso, un mix di emozioni che si stratificano una sull'altra come sedimenti geologici, anno dopo anno, creando questa massa pesante che porto dentro ogni volta che si avvicina il Natale.
La Speranza che Non Muore Mai
Il paradosso è che, nonostante tutto, spero sempre. Ogni anno, quando l'autunno lascia il posto all'inverno, quando cominciano ad apparire le prime luci natalizie, quando l'aria si riempie di quella particolare atmosfera che solo dicembre sa creare, una parte di me – testarda, irrazionale, forse stupida – comincia a pensare: "E se quest'anno fosse diverso?"
Spero sempre che ogni anno sia diverso, che quest'anno sia quello buono in cui ricevo regali. È ridicolo, lo so. Con vent'anni di evidenze empiriche che mi dimostrano il contrario, con vent'anni di Natali identici alle spalle, dovrei aver imparato la lezione. Eppure no, la speranza persiste, si aggrappa con le unghie a quella piccola possibilità che forse, chissà, magari stavolta...
E poi arriva il giorno, quel benedetto 25 dicembre, e puntualmente la realtà mi colpisce come ogni anno. Anche quest'anno non ho ricevuto niente. Nada. Zero. Il vuoto cosmico sotto l'albero con il mio nome sopra.
E ci rimango male. Sempre. Ogni singola volta. Non importa che lo sapessi, non importa che razionalmente fossi preparata all'eventualità (o meglio, alla certezza), fa male lo stesso. Forse fa ancora più male proprio perché lo sapevo, perché mi ero detta di non aspettarmi nulla, e invece quella maledetta speranza mi ha fregata ancora una volta.
Il Dialogo Interiore Infinito
Ogni anno mi ripeto di non avere aspettative sui regali. È diventato quasi un mantra, una preghiera laica che recito a me stessa mentre dicembre avanza inesorabile. "Non aspettarti niente. Tanto come ogni anno non riceverai mai niente. Preparati psicologicamente. Non montarti la testa. Sii razionale. Proteggi il tuo cuore."
Ma è inutile. Le aspettative non sono qualcosa che si può spegnere a comando come un interruttore. Non funziona così il cuore umano, non funziona così la psiche. Puoi ripeterti mille volte di non sperare, ma la speranza si insinua comunque, sottile come il fumo, persistente come l'acqua che scava la pietra.
La speranza è l'ultima a morire, dicono. Ed è vero, maledettamente vero. Anche quando tutto ti dice che è inutile, anche quando l'esperienza ti ha insegnato che quella particolare aspettativa è destinata a essere disattesa, la speranza resta lì, nell'angolo, a sussurrarti "ma se..."
E io la ascolto. Ogni volta. Come una stupida che non impara mai dalla lezione. Come qualcuno che continua a toccare la fiamma per vedere se stavolta per caso non brucia.
Cosa Significa Davvero un Regalo
In fondo un regalo lo vorrei. Anche una stronzata, ma la vorrei. Non sto parlando di chissà quale oggetto di lusso, non sogno orologi d'oro o gioielli costosi. Non è questo il punto, non lo è mai stato. Potrebbe essere letteralmente qualsiasi cosa – un libro, una sciarpa, una tazza con una scritta stupida, un paio di calzini, una pianta grassa in un vasetto decorato male.
Il valore economico non ha importanza. Non è quello che conta. Quello che conta è il pensiero, il gesto, l'idea che qualcuno là fuori abbia dedicato anche solo cinque minuti del suo tempo a pensare a me, a chiedersi cosa potrebbe farmi piacere, a entrare in un negozio o a cliccare su un sito e a dire "questo potrebbe piacerle".
Un regalo è una forma di linguaggio. È un modo per dire "esisti per me", "ti ho pensato", "occupi uno spazio nella mia vita abbastanza significativo da farmi desiderare di farti sorridere". Non si tratta della cosa in sé, ma di quello che rappresenta. È la materializzazione di un pensiero affettuoso, la prova tangibile che qualcuno si è ricordato di te in un momento che la società ha designato come speciale.
E invece, niente. Il silenzio. L'assenza. Il vuoto.
L'Auto-Regalo: Consolazione o Conferma?
Mi devo consolare con l'auto-regalo che mi sono fatta, ovvero il tablet. L'ho comprato qualche settimana fa, ne avevo bisogno per diverse ragioni pratiche, e ho pensato "beh, almeno questo me lo regalo io per Natale". È un buon tablet, funziona bene, mi sarà utile. Dovrei essere contenta, no?
Ma non è la stessa cosa. Non equivale a un regalo ricevuto. È completamente diverso, e chi dice il contrario o mente o non ha mai sperimentato la differenza.
Quando ti fai un auto-regalo, manca tutta la componente emotiva che rende un regalo davvero speciale. Manca la sorpresa, anche se sai già più o meno cosa ti verrà regalato. Manca l'attesa, il piacere di scartare qualcosa che qualcun altro ha scelto e incartato pensando a te. Manca quel momento in cui ti rendi conto che qualcuno ti conosce abbastanza bene da aver indovinato qualcosa che ti piace, o anche quando sbagliano, il pensiero conta comunque.
L'auto-regalo è un atto di sopravvivenza emotiva, un modo per riempire un vuoto che non dovrebbe esistere. È come cucinarsi una cena elaborata quando sei solo: puoi farla buonissima, puoi scegliere esattamente quello che vuoi, ma manca la magia di qualcuno che cucina per te, che ha pensato ai tuoi gusti, che ti aspetta a tavola.
Il tablet è lì, funziona, mi serve. Ma guardandolo non provo quella piccola scintilla di gioia che dovrebbe accompagnare un regalo natalizio. Provo piuttosto una tristezza sottile, perché mi ricorda che ho dovuto provvedere da sola, ancora una volta, a riempire un vuoto che altri sembrano non vedere o a cui non danno importanza.
Il Peso dell'Invisibilità
C'è qualcosa di profondamente doloroso nell'essere dimenticati proprio nel momento in cui la società intera celebra il ricordo e l'affetto. Il Natale, per tutto quello che può avere di commerciale e artificiale, resta comunque un momento in cui le persone si fermano a pensare agli altri, in cui si fanno gesti di affetto, in cui si esprime cura e attenzione.
Ed essere esclusi da questo, anno dopo anno, è come essere un fantasma alla festa. Vedi tutti gli altri che si scambiano regali, che sorridono, che ringraziano, che si emozionano per qualcosa che hanno ricevuto. E tu sei lì, presente ma invisibile, parte della scena ma non protagonista di nessuna delle micro-storie di affetto che si stanno svolgendo.
Mi chiedo spesso cosa significhi, questa mia invisibilità natalizia. È una forma di trascuratezza emotiva? È che le persone intorno a me non mi considerano abbastanza importante? È che do per scontato che non mi aspetto niente e quindi nessuno si sforza? È semplicemente sfortuna, una combinazione casuale di circostanze che si ripete con ostinata regolarità?
Non ho risposte definitive. Ho solo questa sensazione di essere sempre un po' ai margini, di occupare uno spazio nella vita delle persone che non è abbastanza centrale da meritare quel pensiero, quel gesto, quel "ho visto questa cosa e ho pensato a te".
La Narrativa Sociale del Natale
Viviamo immersi in una narrativa potentissima sul Natale. Film, canzoni, pubblicità, post sui social media – tutto ci racconta di famiglie riunite, di alberi circondati da pacchetti colorati, di sorrisi e abbracci e gioia condivisa. È una narrativa così pervasiva che finisce per diventare una sorta di standard rispetto al quale misuriamo le nostre vite reali.
E quando la tua realtà non corrisponde a quella narrativa, quando il tuo Natale è fatto di assenze invece che di presenze, di vuoti invece che di pieni, ti senti in difetto. Come se ci fosse qualcosa di sbagliato in te, nella tua vita, nelle tue relazioni. Come se fossi tu ad aver fallito in qualche modo nel costruire quel tipo di rete affettiva che dovrebbe garantire pacchetti sotto l'albero con il tuo nome.
So che è irrazionale sentirsi così. So che i regali non sono la misura del valore di una persona o della qualità delle sue relazioni. So che ci sono mille modi di dimostrare affetto e che un dono materiale è solo uno di questi, nemmeno necessariamente il più importante.
Ma la razionalità e i sentimenti parlano lingue diverse. E il mio sentimento, ogni Natale, mi dice che c'è qualcosa che manca, qualcosa che dovrebbe esserci e non c'è, qualcosa che tutti gli altri sembrano avere e io no.
Sognare Contro la Realtà
Sognare è sempre bello, anche se la realtà è un pugno nello stomaco. È una frase che mi ritrovo a ripetere spesso, non solo a Natale. Perché è vero: i sogni, le speranze, le aspettative positive hanno un loro valore intrinseco, anche quando non si realizzano. Ci tengono in vita emotivamente, ci danno qualcosa verso cui tendere, ci impediscono di sprofondare nel cinismo totale.
Ma è anche vero che c'è un costo. Ogni aspettativa disattesa è una piccola ferita. E quando quelle ferite si accumulano, anno dopo anno, diventano cicatrici. Non ti uccidono, ma cambiano la geografia emotiva del tuo paesaggio interiore. Ti rendono più cauta, più difensiva, più incline a proteggere il cuore invece di aprirlo.
La realtà è davvero un pugno nello stomaco. Ogni anno, quando arrivo al 26 dicembre e mi rendo conto che è successo di nuovo, che nonostante tutto la speranza era infondata, sento quella sensazione fisica nel petto. Un peso, una stretta, qualcosa che toglie il fiato per un momento. È il corpo che registra la delusione emotiva e la traduce in disagio fisico.
E poi passa. La vita continua. Si torna alla routine. Il Natale diventa un ricordo e poi un'eco sempre più lontana, fino a quando l'anno successivo il ciclo non ricomincia.
Le Domande Senza Risposta
Mi chiedo spesso se gli altri sappiano. Se le persone intorno a me – amici, familiari, conoscenti – si rendano conto di questa mia situazione. Se qualcuno nota che ogni anno non ho niente da scartare, nessun regalo da mostrare, nessuna storia da raccontare su "guarda cosa mi hanno regalato".
E se se ne rendono conto, cosa pensano? Forse non gli importa. Forse pensano che io non dia importanza a queste cose e quindi non vale la pena fare lo sforzo. Forse pensano che sia responsabilità di qualcun altro. Forse semplicemente non ci pensano proprio, perché ognuno è preso dalle proprie cose e io non sono abbastanza presente nei loro pensieri da meritare quella particolare forma di attenzione.
Non chiedo. Non dico apertamente "ehi, sapete che sono vent'anni che non ricevo regali a Natale?". Sarebbe imbarazzante, patetico, come mendicare affetto. E poi non voglio regali per obbligo o per pietà. Vorrei riceverli perché qualcuno ha davvero pensato a me, perché ha voluto farmi piacere, non perché si è sentito in colpa dopo che ho fatto notare la situazione.
Quindi resto in questo limbo silenzioso, dove il disagio esiste ma non viene mai verbalizzato, dove la ferita si rinnova ogni anno ma nessuno sembra notare il sangue.
Il Significato Più Profondo
A volte mi chiedo se non sia io a dare troppa importanza a questa cosa. Dopotutto, sono solo regali materiali. Ci sono persone che affrontano problemi enormemente più seri dei miei. Ci sono persone che a Natale sono sole davvero, senza nessuno. Ci sono persone che combattono malattie, che vivono in povertà, che affrontano tragedie vere.
E io mi lamento perché non ricevo pacchetti da scartare?
Ma poi mi ricordo che il dolore non è una competizione. Non è che se esiste un dolore più grande, quello più piccolo smette di esistere o di fare male. E soprattutto, quello che mi fa soffrire non è davvero l'assenza dell'oggetto materiale. È quello che quell'assenza rappresenta.
È il sentirsi dimenticati. È il non essere una priorità per nessuno. È la sensazione di non meritare nemmeno quel piccolo sforzo, quel pensiero fugace che si trasforma in un gesto concreto. È il messaggio implicito che leggo in questa assenza ripetuta: non sei abbastanza importante.
So che probabilmente non è così. So che è una interpretazione distorta dalla mia sensibilità ferita. Ma è questo che sento, è questo che l'esperienza ripetuta mi dice anno dopo anno.
Il Blog Come Testimone Silenzioso
Questo blog è stato il testimone di molte di queste riflessioni negli anni. Non sempre le ho scritte esplicitamente, non sempre ho fatto post dedicati come questo, ma l'amarezza natalizia ha permeato molti dei miei scritti di dicembre, anche quando parlavo d'altro.
L'anno scorso, quando ho cambiato casa e tutto era nel caos, forse non ho scritto questo post. Era un anno particolare, dove altre preoccupazioni hanno preso il sopravvento. Ma il sentimento c'era lo stesso, anche se non l'ho messo in parole. La delusione natalizia non ha bisogno di essere verbalizzata per esistere.
E anche quest'anno il blog ne ha risentito. Le pubblicazioni sono state meno costanti, l'energia per scrivere è venuta a mancare spesso. La vita vera, con le sue complicazioni e le sue richieste, ha assorbito gran parte delle mie risorse mentali ed emotive.
Ma questo post dovevo scriverlo. È diventato quasi un rituale, un modo per elaborare questi sentimenti, per dare loro forma e consistenza. Scriverlo non li fa sparire, non risolve il problema, ma almeno li riconosce. Li mette là, nero su bianco, visibili e tangibili.
È un modo per dire: questa cosa esiste, questo dolore è reale, questa esperienza è mia e merita di essere espressa.
Cosa Farò L'Anno Prossimo
Ogni anno mi dico che l'anno prossimo sarà diverso. Non nel senso che riceverò regali – su questo ho smesso di farmi illusioni, anche se la speranza sussurra ancora – ma nel senso che forse affronterò la cosa in modo diverso.
Forse l'anno prossimo riuscirò davvero a non aspettarmi niente e a non restare delusa. Forse troverò un modo per riempire quella mancanza con qualcos'altro, per creare nuove tradizioni che non dipendano dalla generosità o dall'attenzione altrui. Forse imparerò davvero che il mio valore non si misura in pacchetti sotto l'albero.
O forse no. Forse l'anno prossimo scriverò un post quasi identico a questo, con le stesse lamentele, le stesse delusioni, le stesse domande senza risposta. Forse questo è destinato a essere un tema ricorrente della mia vita, una di quelle ferite che non guariscono mai del tutto ma con cui impari a convivere.
Non lo so. Non posso prevedere il futuro, non posso cambiare le persone intorno a me, non posso obbligarle a ricordarsi di me nel modo che vorrei.
L'Unica Certezza
L'unica certezza è che tra dodici mesi sarò di nuovo qui, a dicembre, quando l'aria si farà fredda e le luci natalizie cominceranno a brillare. E quella vocina della speranza comincerà di nuovo a sussurrare "e se quest'anno...".
E io l'ascolterò. Nonostante tutto, nonostante vent'anni di evidenze contrarie, nonostante il dolore ripetuto e le delusioni accumulate, continuerò a sperare.
Perché la speranza è l'ultima a morire. E forse è anche l'unica cosa che ci tiene umani, che ci impedisce di sprofondare nel cinismo totale, che ci permette di continuare a credere che le cose possano cambiare anche quando tutta l'esperienza ci dice il contrario.
Quindi sì, continuerò a sognare. Continuerò a sperare. Anche sapendo che la realtà probabilmente mi darà un altro pugno nello stomaco. Perché l'alternativa – smettere completamente di sperare, blindare il cuore, rinunciare alla possibilità – sarebbe ancora peggio.
E chissà, magari tra vent'anni sarò qui a scrivere di come finalmente quella maledetta tradizione si è interrotta. O forse scriverò di come ho imparato a farne a meno. O forse scriverò ancora la stessa cosa, ormai quarantenne, con quarant'anni di Natali senza regali alle spalle.
Non lo so. Ma continuerò a scrivere, a testimoniare, a dare voce a questo dolore piccolo ma persistente.
Perché anche le ferite piccole meritano di essere riconosciute. Anche i dolori che sembrano banali a chi non li vive meritano di esistere e di essere espressi.
E forse, solo forse, qualcuno che leggerà queste parole si riconoscerà, si sentirà meno solo nella propria esperienza simile, capirà che non è l'unico a provare questi sentimenti.
E questo, almeno, è qualcosa.

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