C'è qualcosa di strano in me e finalmente me ne sono fatta una ragione. 🙃

Tre anni fa ho giurato a me stessa che non avrei mai guardato Young Royals. Non era il mio genere, non mi interessava, punto. Risultato? Me ne sono innamorata perdutamente. Non subito, non di botto. È successo piano piano, quasi di nascosto. Prima una puntata per curiosità, poi qualche video su YouTube, e senza accorgermene ero già caduta. Senza nemmeno capire quando era successo.

Stessa storia adesso con Michael Jackson.

Non mi piaceva. Non era il mio genere musicale, non era il mio mondo. Eppure con l'uscita del film i social si sono riempiti di Beat It, Billie Jean, Thriller, curiosità, accuse, frammenti della sua vita. E io che facevo? Skippavo? No. Guardavo. Rivedevo. Cercavo. E ora eccomi qui, con il film visto, una playlist che non avrei mai immaginato di avere e mille domande sulla sua vita che non riesco a smettere di farmi.

Perché Michael Jackson non era solo un artista. Era un bambino che il mondo aveva divorato troppo presto, cresciuto sotto una pressione enorme, con un padre freddo e controllante che gli ha rubato l'infanzia. Era una persona che si immergeva nel mondo di Peter Pan non per stranezza, ma per sopravvivenza. Neverland era il posto dove poteva essere finalmente il bambino che non gli avevano lasciato essere.

E poi c'è la cosa che mi ha colpita di più. Più veniva amato da milioni di persone, più si sentiva solo. Non si fidava di nessuno. Non sapeva mai chi aveva davanti davvero, se qualcuno lo volesse bene o volesse solo qualcosa da lui. La fama ad un certo livello non ti riempie, ti svuota. Non ti fa sentire amato, ti fa sentire in pericolo.

E mentre ci pensavo mi sono guardata intorno.

Anche noi oggi viviamo qualcosa di simile, su scala diversa ma con lo stesso meccanismo. I social ti danno l'illusione della connessione, like, commenti, persone che ti seguono, ma spesso è tutto superficiale. Conoscono una versione di te, quella che mostri, quella che piace, quella che funziona con l'algoritmo. E più cresci, più senti la pressione di mantenerla quell'immagine. Di non fermarti. Di pubblicare anche quando non vorresti, per paura di perdere quello che hai costruito.

Io stessa a volte non riesco a godermi un momento perché una parte di me sta già pensando a come inquadrarlo, se registrarlo, cosa scriverci sopra.

Però ogni tanto mi fermo. Non registro. Non pubblico. Tengo quel momento solo per me. Ed è strano, ma sono proprio quelli che mi restano dentro di più. Quelli veri. Quelli che nessun algoritmo ha toccato.

Forse è la stessa cosa con le serie e i cantanti. Quando tolgo la pressione, quando smetto di aspettarmi qualcosa, quando non devo dimostrare niente a nessuno, neanche a me stessa, è lì che mi innamoro davvero.

La verità è che ho scoperto una legge universale che vale solo per me: le cose che decido di non guardare diventano le mie preferite. Le cose che amo alla follia? Non riesco a vederle, mi mettono quasi a disagio.

È un cortocircuito totale. Un sabotaggio inconscio. O forse semplicemente il mio cervello funziona al contrario.

Ma in fondo, forse, è il modo più onesto che ho di avvicinarmi alle cose. Senza aspettative. Senza difese. Senza la pressione di dover amare qualcosa per forza.

Ed è proprio lì, in quello spazio libero, che succede tutto.

Voi siete così o sono strana solo io? 👇 



Commenti